Ti è mai capitato di guardare il telefono ogni due minuti perché l’altra persona non risponde, e di sentire crescere un’ansia che sembra sproporzionata? Oppure di accorgerti che, appena una relazione diventa seria, senti il bisogno di prendere le distanze?
Molti giovani adulti mi raccontano la stessa sensazione: “Cambiano le persone, ma io finisco sempre nello stesso punto”. Non è sfortuna e non è un difetto di carattere. Spesso è il modo in cui, molto presto, abbiamo imparato a stare in relazione.
Tutto comincia con un bisogno: sentirsi al sicuro
Lo psichiatra John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, ha mostrato che ogni bambino nasce con un bisogno fondamentale: avere vicino qualcuno che lo protegga quando ha paura, è stanco o sta male.
A seconda di come rispondono le persone che si prendono cura di lui, il bambino impara una specie di “mappa” delle relazioni. Se gli altri sono disponibili, posso chiedere aiuto? Se mostro le mie emozioni, verrò accolto o respinto? Questa mappa non resta chiusa nell’infanzia: la portiamo con noi nelle amicizie, nel lavoro e soprattutto nelle relazioni affettive.
I modi in cui ci attacchiamo da adulti
Gli studi sull’attaccamento negli adulti descrivono alcuni stili ricorrenti. Non sono etichette, ma tendenze che possono cambiare.
- Sicuro: riesci a stare vicino all’altro senza perderti, e a stare da solo senza sentirti abbandonato. Chiedi aiuto quando serve e sai darlo.
- Ansioso: hai bisogno di continue conferme, temi di non essere abbastanza e ogni silenzio sembra un segnale di rifiuto.
- Evitante: tieni molto alla tua autonomia, fai fatica a mostrarti fragile e quando qualcuno si avvicina troppo senti il bisogno di allontanarti.
- Disorganizzato: vorresti la vicinanza, ma allo stesso tempo ne hai paura. Le relazioni possono diventare confuse e molto intense.
Spesso ci riconosciamo un po’ in più di uno, a seconda della relazione e del momento della vita. E capita che una persona ansiosa e una evitante si incontrino: più una insegue, più l’altra si ritira, e il circolo si autoalimenta.
Non solo attaccamento: cosa ci muove nelle relazioni
Lo psichiatra italiano Giovanni Liotti ha ampliato questa idea con la teoria dei sistemi motivazionali. Secondo Liotti, nelle relazioni si attivano diverse “spinte” innate, ognuna con un suo scopo:
- Attaccamento: cercare vicinanza e conforto quando ci sentiamo vulnerabili
- Accudimento: prenderci cura di chi ha bisogno
- Rango: confrontarci con gli altri, voler essere all’altezza, difendere il nostro posto
- Cooperazione: collaborare alla pari per raggiungere un obiettivo comune
- Sessualità: il desiderio e la ricerca di un partner
Capire quale sistema si è acceso ci aiuta a leggere le nostre reazioni. Pensa a una discussione di coppia: tu cercavi conforto (attaccamento), ma l’altro ha sentito una critica e si è messo a difendersi (rango). State parlando due lingue diverse, e per questo nessuno dei due si sente capito.
Oppure pensa a chi si ritrova sempre a fare da “psicologo” per partner e amici: un accudimento sempre acceso può diventare un modo per non sentire mai il proprio bisogno di essere accuditi.
Si può cambiare?
Sì. Lo stile di attaccamento non è una condanna. Le relazioni che viviamo da adulti, compresa quella con uno psicologo, possono offrirci esperienze nuove e far nascere quella che viene chiamata sicurezza “guadagnata”.
Alcuni primi passi che puoi fare da subito:
- Nota lo schema. Quando ti senti in ansia o in fuga, chiediti: “Quante volte mi è già successo? Cosa sta accadendo davvero adesso?”.
- Dai un nome al bisogno. Dietro la rabbia o la chiusura spesso c’è un bisogno semplice: essere rassicurati, sentirsi importanti, avere spazio.
- Rallenta la reazione. Prima di mandare il quinto messaggio o di chiudere la conversazione, prova ad aspettare dieci minuti e a respirare. Non per reprimere l’emozione, ma per scegliere come rispondere.
- Comunica il bisogno, non l’accusa. “Quando non ti sento per tutto il giorno mi sento in ansia, mi aiuterebbe un messaggio” arriva meglio di “Non ti importa niente di me”.
- Osserva le relazioni sicure che hai già. Un’amica, un fratello, un collega: cosa ti fa sentire al sicuro con loro?
Questi passi vengono dall’approccio cognitivo-comportamentale: riconoscere i pensieri automatici, metterli alla prova e sperimentare comportamenti nuovi, un passo alla volta.
Quando chiedere aiuto
Può essere utile parlarne con uno psicologo se le relazioni ti fanno soffrire spesso, se ti accorgi di ripetere gli stessi copioni nonostante tu ci provi, o se l’ansia e la paura di perdere l’altro occupano gran parte delle tue giornate.
Nei colloqui partiamo dalla tua storia per capire da dove nascono certe reazioni, e lavoriamo su strumenti concreti per stare nelle relazioni in modo più libero e sereno.
Se ti sei riconosciuto in queste righe, scrivimi: il primo passo è un colloquio conoscitivo, in studio a Roma Est oppure online.
Fabiana Ferrara, psicologa
Per approfondire
Liotti G., Le opere della coscienza, Raffaello Cortina
Bowlby J., Una base sicura, Raffaello Cortina
